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04/02/12

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"Ueberfall Von Cesenatico" (Il colpo di mano di Cesenatico) di Ennio Ferretti

Si tratta di un episodio della guerra austro-napoletana che si combattè anche nelle Romagne nella primavera del 1815 e che vide  300 Napoletani sorpresi e trucidati da truppe austriache appunto a Cesenatico.
Per comprendere come e perché il nostro territorio si trovò ad essere teatro di quella guerra, bisogna fare un passo indietro ed esaminare, sia pure per sommi capi, quale fosse la situazione politica dell'Italia in quei lontani anni.
Il 1815 fu per l'Europa un anno di grandi rivolgimenti politici e sociali. La sconfitta delle armi francesi sui campi di Waterloo poneva praticamente fine al quasi ventennale dominio di Napoleone sul Vecchio Continente. Messo fuori gioco l'Imperatore, ormai definitivamente relegato all'Isola di Sant'Elena, le potenze vincitrici, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, si riunirono nel Congresso di Vienna per sancire il ripristino della situazione politica europea pre-napoleonica.
L'Italia, sotto Napoleone, aveva raggiunto una sorta di unità nazionale, seppure sotto il controllo più o meno diretto della Francia. Grosso modo, nel 1810, questa era  la situazione della Penisola: Piemonte, Toscana, Umbria e Lazio facevano parte integrante dell'Impero; Lombardia, Triveneto, Emilia Romagna e Marche formavano quello che si chiamava Regno d'Italia, di cui era stato nominato Vicerè Eugenio Beauharnais, figliastro dell'Imperatore. Eugenio esercitava però un potere molto formale: le decisioni importanti venivano di fatto prese a Parigi. Restava infine il Regno di Napoli, che comprendeva praticamente tutta l'Italia Meridionale. Re di Napoli era Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, di cui aveva sposato la sorella Carolina. Anche l'autonomia di Murat era relativa, in quanto che le cariche più importanti erano nelle mani di fiduciari dell'Imperatore, il quale Imperatore aveva comunque il potere di intervenire in qualsiasi momento nella politica del Reame con tutto il peso della sua indiscussa autorità.
La Restaurazione, sancita poi dal Congresso di Vienna, stava riportando l'Italia alla frammentazione del territorio che la caratterizzava prima dell'avvento del ciclone napoleonico. Così, nel maggio del 1814 i Savoia rientrarono in Piemonte quali legittimi sovrani; nello stesso anno rientrarono, a Firenze Ferdinando III di Lorena, e a Roma Pio VII. Gli Austriaci, dopo l'armistizio firmato da Eugenio col generale Bellegarde, avevano libero accesso nel Regno d'Italia.
La normalizzazione sembrava procedere senza intoppi, ma qui si inserisce l'incognita Gioacchino Murat. Già valente generale nelle varie guerre combattute da Napoleone, Murat, come si è detto, ne aveva sposato la sorella. L'Imperatore, da buon còrso con il culto della famiglia, nel 1808 lo aveva insediato sul trono di Napoli, sicuramente più per compiacere la sorella che non per premiare i suoi meriti .
A Napoli Murat si era conquistata una grande popolarità e, benché limitato nei suoi poteri, era riuscito con gli anni ad inserire in molti posti chiave uomini di sua fiducia.
Murat cominciò così ad accarezzare il sogno di affrancarsi dalla Francia e di divenire quindi un re italiano, nella prospettiva di un Regno italiano unitario e indipendente. Iniziò allora un balletto di alleanze scandite dal sorgere e dal tramontare dall'astro napoleonico.
Dopo la disastrosa campagna di Russia (siamo alla fine del 1812), Napoleone sembrava oramai ridotto allo stremo. Murat, nell'intento di garantirsi il trono di Napoli, firmò un accordo con l'Austria con il quale si impegnava, nel caso di una guerra contro i Francesi, a schierarsi al suo fianco.
Le armate napoleoniche subirono una dura e apparentemente definitiva sconfitta a Lipsia nell'ottobre del 1813: la Francia fu invasa dagli eserciti della coalizione e nella primavera dell'anno successivo l'Imperatore fu costretto ad abdicare e a ritirarsi in esilio all'Isola d'Elba.
Poteva essere la fine, ma a questo punto accadde l'imprevedibile: Napoleone fuggì dall'Elba e rientrò in trionfo a Parigi. Incominciarono allora i leggendari Cento Giorni in cui l'Imperatore sognò una impossibile rivincita.
A questo punto Murat cercò di rientrare in gioco al fianco dell'illustre cognato; gli scrisse una lettera in cui gli prometteva tutto il suo appoggio e, facendo seguire alle parole i fatti, partì con le sue truppe verso il nord. Era il marzo del 1815.
Giunto a Rimini alla testa di un esercito di 40.000 uomini, il 30 marzo lanciò un roboante proclama in cui invitava tutti gli Italiani  a stringersi intorno a lui e con lui a battersi contro lo straniero per l'indipendenza dell'Italia. E lui, francese, si firmava Gioacchino Napoleone, quasi a voler ribadire la sua italianità e nel contempo la legittimità della sua autorità.
Il proclama infiammò i patrioti, ma le masse, scettiche e non a torto diffidenti, rimasero piuttosto indifferenti all'appello del re di Napoli.
Le prime operazioni di guerra nelle Romagne furono favorevoli al Murat: risalendo da Rimini, si scontrò con gli Austriaci a Cesena e li respinse, raggiungendo rapidamente Forlì e Bologna. Da qui, il giorno 3 di aprile, Murat emanò un decreto con il quale venne dato un nuovo assetto amministrativo alle Romagne: Cesena  e ovviamente Cesenatico, si trovarono inserite nel Dipartimento del Rubicone e, come puntualmente scrive un cronista dell'epoca, il canonico Sassi, "il Sign. Eduardo Fabbri, Cavaliere del Real Ordine delle 2 Sicilie, fu fatto vice Prefetto di questa città (Cesena) ed il Sign. Avv. Giuseppe Ragonesi Podestà".
Il 9 aprile il Podestà Ragonesi fece affiggere   un proclama  che,"...difuso (sic) nei soliti Luoghi, letto, e spiegato dagli Altari, sarà anche pubblicato a suono di Tromba sulle Piazze....."
Il proclama, infarcito di retorica, era tutto un inno all'indipendenza nazionale: conteneva pressanti inviti a giovani e a militari ad arruolarsi nelle file dell'esercito napoletano o, in mancanza di un impegno in prima persona, si richiedevano "doni patriottici" od "offerte...al fine di concorrere alle spese...". Il tutto secondo le direttive di " SUA MAESTA' GIOACCHINO NAPOLEONE  PADRE ORNAMENTO E SPERANZA DEL POPOLO ITALIANO.
Mentre gli Austriaci erano costretti ad una precipitosa ritirata, i Napoletani occupavano Modena, Reggio e Ferrara. Ma la grande illusione svanì proprio sulle rive del Po: ad Occhiobello più volte le truppe napoletane, condotte da Murat in persona, tentarono di passare il fiume, ma furono sempre respinte.
Intanto giungevano notizie allarmanti dalla Toscana, dove gli Austriaci avevano sloggiato le truppe napoletane da Firenze.
A metà aprile gli Austriaci, ricevuti nel frattempo importanti rinforzi, iniziarono la controffensiva; Murat, visto infrangersi il suo sogno di unire l'Italia sotto il suo scettro, nell'illusione di salvare almeno il Reame di Napoli, iniziò la ritirata di tutto l'esercito su Forlì, Lugo e Ravenna.
A mano a mano che gli Austriaci riprendono possesso delle città, stabiliscono,  con  un pubblico bando, che "...tutte le autorità costituite....prima dell'ingresso delle Truppe Napoletane dovranno riprendere le loro funzioni" e che "Tutti gli impiegati installati ultimamente dal Governo Napoletano sono destituiti dai loro impieghi."La ventata di libertà era durata a Cesena si e no una settimana!
Le truppe napoletane si stavano dunque ritirando in buon ordine e senza che gli Austriaci osassero attaccarle. Ci furono però sanguinosi scontri sulle rive del Ronco, con gravi perdite da una parte e dall'altra; ed è in questo contesto che si inserisce l'episodio di Cesenatico.
La relazione dettagliata dell'avvenimento si può leggere nel "Der Militär Maria-Theresien Orden", una sorta di repertorio che riporta la biografia di coloro che erano stati insigniti appunto dell'ordine militare di Maria Teresa, una onorificenza che l'Imperatrice austriaca istituì nel 1757 per premiare gli atti di valore dei suoi ufficiali.
In questo repertorio troviamo il Maggiore Peter Martin  Pirquet , l'uomo che il 23 aprile 1815, alla testa di due squadroni di Usseri e  di un battaglione di Tirolesi, guidò l'attacco che sorprese e decimò un contingente napoletano accampato sul porto di Cesenatico.
La mattina del 23 aprile 1815, il Maggiore Pirquet aveva intercettato, nelle vicinanze di Cervia, una colonna di circa 1.800 soldati napoletani in ritirata e, nel pomeriggio, li aveva incalzati fino a Cesenatico. Qui il Generale Napoletani, che era alla testa delle truppe murattiane, aveva fatto accampare i suoi soldati.
Fanti e cavalieri si erano sistemati sulla piazza e nelle vie adiacenti, mentre un battaglione era rimasto fuori dalla città.
Il Generale Napoletani era lontanissimo dal pensare ad un attacco degli Austriaci, in quanto sapeva benissimo che il nemico era numericamente di molto inferiore:  gli Austriaci disponevano infatti, secondo "Der Militär Maria- Theresien Orden", di appena 226 Cacciatori e di 38 Dragoni di Toscana.
Mentre i Napoletani si apprestavano a passare la notte nella più grande rilassatezza, Pirquet potè avvicinarsi con cautela al ponte e sorprendere il nemico con un attacco fulmineo. I Dragoni si lanciarono sul ponte e i Cacciatori li seguirono in massa.  
L'improvviso apparire dei cavalieri austriaci aveva talmente sorpreso la fanteria napoletana che praticamente nessuno fu al momento in grado di reagire.
I Dragoni scavalcarono il groviglio degli avversari e letteralmente travolsero i lanceri a cavallo, spingendoli addosso alla loro stessa fanteria.
Lo stesso generale Napoletani si era prontamente arreso; a questo punto ci fu però una reazione dei Napoletani che cominciarono a sparare dalle case e dalle vie adiacenti al porto.
Il bilancio dell'attacco fu di 300 morti e 200 prigionieri fra le file napoletane, mentre fra gli Austriaci si contarono appena 50 fra morti e feriti.
Il Canonico Sassi, che puntualmente annota l'episodio, riferisce che "...150 fossero gettati vivi in quel canale ed altrettanti ammazzati col ferro e col fuoco ed era uno spavento il vedere quelle strade di quel paese tutte seminate di cadaveri."
Questa è la ricostruzione della vicenda effettuata seguendo i documenti di fonte austriaca; se la confrontiamo con quanto hanno scritto gli storici della...parte avversa, vediamo che non ci sono grosse discrepanze, ma qualche omissione sì !
Il Generale Pietro Colletta, che ha combattuto la campagna d'Italia del 1815 nelle file dell'esercito napoletano, ha lasciato traccia della vicenda di Cesenatico nelle sue memorie. Egli riferisce che il Generale Napoletani non si era affatto arreso, ma, dopo l'iniziale sbandamento, preso contatto con il battaglione accampato fuori da Cesenatico, aveva guidato con successo la riscossa, riuscendo a respingere il nemico oltre il Savio. Il Generale Napoletani anzi ebbe anche modo di compiere un atto di valore: racconta sempre il Colletta che "senz'abito, ma che aveva del suo grado le armi e il cappello, incontrandosi nelle anguste vie del villaggio ad un capitano di cavalleria ungherese....s'intimarono di arrendersi, passarono dalle voci al combattere: e il generale a piedi uccise il nemico a cavallo".
Effimera vittoria però, perché nella notte i Napoletani si ritirarono oltre il Rubicone.
L'avventura di Gioacchino Murat frattanto volge al suo epilogo; deciso oramai a salvare il salvabile, il Re concentra le sue truppe fra Macerata e Tolentino, dove il 12 maggio avviene lo scontro decisivo con gli Austriaci.
La battaglia rimase incerta per tutta la giornata, ma nella notte giunse la notizia, poi  rivelatasi non del tutto vera, che il nemico aveva sfondato in Abruzzo e che una colonna era penetrata nel Lazio. Gioacchino accorse allora a Napoli, ma, con il suo esercito in rotta e il nemico alle porte, si rese conto che la situazione era divenuta insostenibile.      
La sua unica speranza restava Napoleone! Murat si imbarcò allora  per Cannes per riprendere i contatti con l'imperatore.
Nel giugno del 1815 Ferdinando IV di Borbone rientra a Napoli. Il 18 giugno Napoleone è definitivamente sconfitto a Waterloo.
Murat tentò un ultimo colpo di mano: imbarcatosi con 250 uomini per raggiungere il golfo di Salerno, da dove sperava di accendere un moto di rivolta che lo avrebbe riportato sul trono di Napoli, fu spinto da una tempesta sulle coste calabre.
Qui fu catturato dai soldati borbonici e, dopo un sommario processo, venne fucilato. Era il 13 ottobre 1815. Murat aveva 48 anni.

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Alcuni storici considerano l'impresa murattiana come il primo grande evento del Risorgimento italiano. E' fin troppo facile opporre delle riserve a questa interpretazione.
Anzitutto Murat era francese e può anche essere lecito dubitare della sincerità della sua  adesione a quegli ideali di libertà e di unità propugnati nel Proclama di Rimini.          C'è chi sostiene  insomma che egli fosse  più preoccupato  di conservare per sé e per i suoi discendenti il trono di Napoli che non di liberare l'Italia dal giogo straniero.
E' anche vero che i suoi appelli non ebbero un ampio seguito popolare e che quando le cose volsero al peggio ci furono numerose diserzioni....  Ma un seguito, seppur limitato, ci fu, se è vero che, al passaggio delle sue truppe, si formarono nelle varie città governi locali improntati ad ideali di autonomia e indipendenza....
Certo i tempi non erano maturi e tutto durò così poco! Resta il fatto che gran parte di coloro che morirono in questa folle impresa erano comunque italiani e si erano battuti in nome di quell'indipendenza dell'Italia che il proclama di Murat aveva enunciato  davanti al mondo intero.
La stessa fine di questo sfortunato re dimostra che Murat credeva in fondo nella possibilità di un riscatto del popolo italiano.
Non è quindi poi così assurdo  voler considerare anche il fatto d'armi che insanguinò Cesenatico quel 23 aprile 1815 come una piccola scintilla di quel gran fuoco che, in   un contesto sociale più maturo, portò alla fine all'unità nazionale.

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Per la sua impresa, nel maggio del 1815, il  Maggiore Pirquet ricevette dalle mani dell'Imperatore Francesco I  la croce di Cavaliere dell'Ordine di Leopoldo.
Nel maggio del 1818 fu poi insignito del titolo di "Barone" e da quel giorno Pirquet potè fregiarsi del titolo "von Cesenatico" e cioè "Barone di Cesenatico".
Titolo che, trasmettendosi di padre in figlio, è giunto a quel Clemens Martin Pirquet Von Cesenatico, morto nel 1929, pediatra e immunologo di fama mondiale, che è possibile incontrare in decine di siti internet che si occupano di medicina.
E Clemens Martin Pirquet è sicuramente discendente in linea retta di quel Maggiore Pirquet  che comandò l'impresa di Cesenatico.
E' pertanto  lecito pensare che, da qualche parte nel mondo, possa tuttora vivere un Barone di Cesenatico....

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

J.HIRTENFELD, Der Militär-Maria-Theresien-Orden, Wien 1857
A.CACCIATORE, Esame della Storia del Reame di Napoli di Colletta, Napoli 1850
P.COLLETTA, Storia del Reame di Napoli, Parigi 1835
P.COLLETTA, Storia della campagna d'Italia del 1815, Torino 1847
G.PEPE, Memorie del generale Guglielmo Pepe, Parigi 1847
G.MARTINI, Storia d'Italia dall'anno 1814 al 1834, Capolago-Torino 1850
A.DE  BEAUCHAMP, Catastrophe de Murat, Versailles 1815
G.MARULLI, Ragguagli storici sul Regno delle Due Sicilie, 1844
F.A.PINELLI, Storia Militare del Piemonte, Torino 1844
V*C*, Campagne des Autrichiens contre Murat en 1815, Bruxelles 1821
F.MACERONI, Memoirs of the life and adventures, London 1838
CANONICO SASSI, Giornale dei fatti più memorabili accaduti in Cesena

 

La litografia è colorata a mano e fissata con albume d'uovo. Misura cm 85x75 ed e montata su una cornice d'epoca. E' di proprietà del Dott. Demetrio Morabito di Modena. Riporta la seguente didascalia:

N° 1
UEBERFALL  VON  CESENATICO
Durch Major Pirquet von Fenner-Jäger und
Rittmeister Harruker von Toscana-Dragoner am 23ten  April 1815


 

 

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